L'angolo poetico


Sezione dedicata ai componenti poetici dei neresinotti. Sappiamo che sono molti i compaesani che nel corso della loro vita hanno composto qualche componimento poetico, magari poi dimenticato e successivamente ritrovato in fondo ad un cassetto. E' il momento di farsi avanti e farli conoscere ai nostri amici internauti. Non è necessario possedere doti artistiche particolari, importante è che le parole siano spontanee ed escano dal cuore.


Marianna Camalich in Camalich
Sabino Buccaran
RED
P. Flaminio Rocchi
Vito Maurovich
Fulvio Rocconi
Marino Soccoli
Patrizia Lucchi
Rita Muscardin
Nino Galvani
Maria Zanelli



Marianna Camalich in Camalich in costume neresinotto

AMATA ISOLA MIA
Amata isola mia,amato paese mio
Che un dì lontano con dolore struggente
Ho dovuto lasciar.

Tu Neresine mia
Sei dentro il mio cuore,
Tu terra arida e battuta dai venti,
Tu terra mia profumata da mille odori selvatici.

Quante volte seduta sullo scoglio in riva al mar
I capelli scomposti dal vento
Con le labbra aride dal salmastro
Ho pregato Te o Grande Dio degli abissi
Chiedendo pace e conforto per l’anima mia.

All’orizzonte un gabbiano vola,
Affido a lui un messaggio per tutte le genti
E un saluto alla mia terra lontana.

Lo sguardo mio dolcemente si posa
Sull’isola di Bora
E sul tuo stupendo e azzurro mar.

O Neresine mia
Quanta gioia e quanto amore
E voglia di vivere mi hai donato.

Con la speranza di vederti ancora
Mai e poi mai ti potrò dimenticare

Addio Neresine mia
Ricordi dolcissimi mi terranno
Per sempre legata a te.

Livorno, Novembre 2007

ITALIA mia
Per scrivere una poesia da lontano devo partir,
Perchè con la mia veneranda età, ancora mi posso impegnar,
E' una storia triste e dolorosa, perchè Italia mia per venir da Te,
La mia italianissima isola di Lussino ho dovuto lasciar, per eventi bellici.

Perdendo la guerra i nostri capi di allora hanno deciso così.
Con Tito dovete star perchè noi non vi possiamo aiutar.
E noi tantissimi per vivi rimaner e per le foibe evitar
Abbiamo dovuto scappar, con barche a remi l'Adriatico attraversar
E per misericordia di Dio un piede a terra del suolo italico siamo riusciti ad appoggiar.

Erano tempi duri, nessuno ci voleva, ma noi testardi e duri, come le nostre grotte,
una vita ci siamo riusciti a costruir. Amando i colori della nostra bandiera: Rosso: Amore, bianco: Pace, verde: speranza, ultima a morir. Ci ha dato la forza di avanti andar, nati e cresciuti col nostro italico istinto.
Tutto abbiamo perso.
Avrei attraversato a nuoto l'Adriatico pur di toccare il suolo della mia Italia.
Ci sarebbe tanto da dir, mi fermo qui perchè dopo sessant'anni forse si sono convinti
Tutti che italiani siam.

Livorno, 2008

P.S. Coi nostri atleti ci siamo fatti onore: Straulino con la vela e Simeone Camalich col nuoto. All'Accademia di Livorno c'è il busto di Straulino e le piscine comunali portano il nome di Simeone Camalich, grande atleta e grande pilota, precipitato con l'elicottero spegnendo un incendio in Sardegna, si può dire ammazzato perchè gli incendi sono provocati da mano di uomo.


Abbiamo ricevuto dal neresinotto Sabino Buccaran (47 Dogwood Lane, Wading River, NY 11792 U.S.A.) questo suo bel componimento poetico che volentieri pubblichiamo.

BELO ANDAR A CASA

Via a scola o forsi navigar,
Tanti ani fa
Quando tutti se voleva ben,
Quando se parlava così ala nostra,
Ma che belo che iera tornar a casa!

Eco el monte,
Spunta el campanil,
El paese sempre più vizin.
Tuti contenti, che belo in cortil.
Tuto pien de vasi, rose e fiori,
delà le galine, el gato che te guarda.

Sto estate son tornà a Neresine.
La sagoma del monte sempre quela.
El campanil dei frati sempre là.
Ma non conoso nisun, non so cosa i dise.
Non xe più quelo che iera.
Il cortil xe triste e svodo.

Ma speta, non xe tuto perso.
Adeso co sogno de andar a casa,
losteso vedo tuto così come iera!

Sabino Buccaran

New York, Dicembre 2007


Questa poesia è stata scritta da una neresinotta che ci ha chiesto che il suo nome non appaia. Di regola evitiamo di pubblicare scritti anonimi, ma in questo caso lo facciamo, interpretando la richiesta dell'autrice dettata solo da senso di timidezza.

RITORNO DELL'ESULE NELLA TERRA NATIA

Non ho mai visto
Mare più azzurro di questo
Ne brillare più intenso di stelle.
Quà l’aurora al mattino spennella di porpora
Il cielo e il tramonto segna con matita dorata
La cima del monte, prima che la sera stenda il
Suo velo.
Quì la brezza marina porta odore di mirto,
di salvia e di pino e la terra brulla, sassosa
ha dolce il cuore.
Come la frutta che dona, come il vino che versa,
come l’anima della sua gente.
Gente dalle braccia dure e la faccia scarna
Protesa nel vento.
Gente provata dal duro lavoro
Nei campi o sul mare.
Gente costretta a migrare in terre lontane,
con la nostalgia che spinge il cuore a tornare
per rivedere ancora questa terra,
questo mare,
questo suolo sassoso
dove ognuno spera
di trovare un giorno, riposo.

RED


"Inedito di P. Flaminio Rocchi"

Il 9 giugno 2003 a Roma si spegneva la novantenne vita terrena di Padre Flaminio Rocchi, il "Frate degli Esuli" che aveva dedicato tutta la sua vita e le sue energie alla causa dei profughi. Il suo impegno fu totale: dall'assistenza materiale a quella spirituale, dalle lotte per le leggi all'impegno mediatico, dalla scrittura dei suoi libri allo studio di ogni aspetto dell'esilio. Figura universalmente riconosciuta come esempio di francescanità e amore per il prossimo, a lui si deve la gran parte della ricostruzione della identità di istriani, fiumani e dalmati all'interno della nazione madre. A cinque anni di distanza lo ricordiamo con un inedito fornitoci dal Maestro Luigi Donorà, scritto da Padre Rocchi nel 1997 e destinato ad essere musicato. (ANVGD)

La mia vita era la luce del mio sole.
il calore del mio focolare.
Era la gioia del mio cielo
e della mia libertà.

Gli olocausti e le foibe
i muri e le carceri hanno
aperto nella storia una
strada di lacrime, di sangue:
la strada degli esuli.

Gerusalemme, Gerusalemme,
si secchi la mia destra,
la lingua si attacchi al palato
prima che io ti dimentichi
prima che si spenga
la mia canzone gioiosa, (salmo 137)

Hanno rovesciato le lampade del Tempio
legate le campane
spezzate le braccia delle croci.
Hanno trafitto le anime.
Le Madonne addolorate
sono cadute in pezzi.

Le Foibe sprofondate
nella pietraia del Carso
urlano come
antiche canne d’organo.
Gli olivi abbandonati piangono.
Le barche spaurite tremano
nei piccoli porti.
Il vento sbatte le finestre
perché gli esuli sono scappati.
Nelle baracche dicono
che non piangono
perché nessuno crede alle loro lacrime.

Cadono le stelle false.
Crollano i muri.
Dai monumenti scappano
uomini e cavalli.
Nomi e medaglie
cadono nella polvere.
Gli esuli e i pellegrini,
i vivi e i morti cantano:
Vita e fede
Patria e libertà.


Questa creazione poetica è stata composta da Vito Maurovich di Ossero (con mamma neresinotta - Buccaran) che attualmente risiede in Canada e letta dal medesimo in occasione dell'inaurogazione della mostra intitolata "Con le noste radici nel nuovo millennio" recentemente organizzata dagli esuli colà residenti in collaborazione con "l'Associazione dei Giuliani nel mondo" di Trieste.

LA VITA D’UN ESULE

“DA L’ALBA AL TRAMONTO”

Son tanti gli anni passati
Da quell’alba meravigliosa della vita mia,
Raggiante il sole splendeva allora
Che infondeva gioia e calore nell’anima mia.

Avevo patria, casa, famiglia e la mia terra,
Con uno splendido avvenire all’orizzonte,
La mia strada appariva meravigliosa
Con tutto ciò a me di fronte.

Una nube oscura un dì all’orizzonte apparve
Scatenando un’orribile bufera,
Che sconvolse tutto il mondo intero,
E la mia da me tanto amata terra.

Coinvolgendo le nostre genti in uno
Dei più oscuri opuscoli della storia,
Cacciati dalle nostre case e dalle nostre terre,
Crimine sempre presente nella mia memoria.

Bufere e tragedie incontrai nel mio cammino,
Questi son i ricordi tristi della mia vita.
Ritrovai un dì giornate calorose e soleggiate
Nella mia nuova terra a me tanto gradita.

Da quell’alba ormai così lontana serbo i ricordi,
E nel mio cuore porto tanta nostalgia,
Di quel splendido sole. Di quel mare.
Di quelle terre, il nido dell’esistenza mia.

Oggi le nubi dal cielo son tutte sparite
Il calore del sole mi dona conforto
I nipoti di gioia riempiono la mia casa
E gli anni passano, si fa tardi, s’avvicina il tramonto…

Vito Maurovich


Fulvio Rocconi è figlio di neresinotti (papà Giovanni, capitano marittimo e mamma Leocadia Buccaran, diplomata maestra). E' nato, per motivi bellici, a Gorizia nel 1943, ma vive da sempre a Trieste.

MONTE OSSERO
Quante volte son stà su Monte Ossero?
...poche...molte...non so...dipende!
quando vado in su, me par molte...
quando son lassù, me par poche.

Neresine, là soto, piena de memorie,
dai Frati a Bucianie,
dove iera la vigna del nono.

Poco più in là S. Giacomo, picio ed ingrumà,
dove xe nata una stela,
che ancora me brilla vizin.

Dell'altra parte Ossero...ghe bastaria un salto
per esser sull'isola de Lussin.

Drio monte valete e promontori
disegnadi nella memoria e nel cuor.

La Cieseta de S. Nicolò,
riparo materiale e spirituale
in tante ascese gioiose o pensose.

Quante volte andarò ancora su monte Ossero?
...poche...molte...non so...dipende!

Fulvio Rocconi, 2009

...dai Frati

I dormi quasi sul mar
i morti de Neresine;
i ga sempre cosa contar
...storie senza fine.

I senti, oltre el muro,
el motor de un caicio
che va lento e sicuro
e nol par gnanche picio.

I senti la gente
che li vien a trovar,
chi piange lentamente
e chi vien a ciacolar.

I senti le campane
della Chiesa vizina,
le senti chi rimane
e chi ancora cammina.

Ve prego, troveme
un postisin tra de voi,
in quella pase
che troppo manca a noi!

Anche mi ascolterò el mar,
senza mai stancarme,
...drento zà sempre gavevo
el rumor delle onde.

Fulvio Rocconi, aprile 2010

NERESINE
Quando col nono tornavo
in caicio da redi o da nasse,
iera ancora assai presto e i oci
gavevo pieni de sono.
El sol apena scominciava
a spuntar sopra Bora.
Mi guardavo verso el monte
sognando niente altro
che tornar presto in leto.

Poi cominciava come una magia
...Neresine la sembrava come nasser dal mar
...pareva quasi che pian pian
la se rampigassi su la riva
...molte case le restava più soto
qualche altra la andava più su verso el monte
...poi tute le se fermava
perchè le stava ben là...cosi pensavo.

Altre volte la guardavo dal monte,
anche quando la bora sembrava
che la volesse portarme via.
Mi me fermavo a stupirme
de come xe grande el paese...
dal porticciolo dei Frati al Colo de Bucianie
tuto lo passavo in pochi istanti.
Poi me sofermavo su qualcosa de caro:
I Frati, Santa Maria Maddalena, Biscupia...
qualche casa che apena apena vedevo,
ma che el cuor me riempiva
de pensieri senza tempo.

Dal mar...dal monte...per mi Neresine
iera e xe come se ghe fossi nato!
Quando me vignerà l'ultimo giorno,
Dio solo sa dove alora sarò...
ma mi so che, con tutto mi stesso,
riposo e conforto troverò vizin ai miei cari
che da tempo la pase i la gà qua
zà trovada.

Fulvio Rocconi - Giugno 2010


Su segnalazione del cugino Edoardo Nesi, pubblichiamo alcune poesie del defunto Marino Soccoli (+Trieste 2005)

"Neresine"
Abbracciata dal suo monte
baciata dal suo mare
dorata dal suo sole
adorata dai suoi abitanti
dalle rocce temperati
viva Neresine e i suoi nati

"Gioia d'estate"
Il sipario piano piano si apre
Un palcoscenico senza fine
Uno scenario dai mille colori

Dal coro senza limiti di note
Le piante con le foglie rizze
Pronte a ricevere il canto

Rotto il silenzio
Dall'usignolo al cardellino
Dal merlo al passero

Le barchette nel scorrere lento
Appesantite dalle reti bagnate
Dai pesci che brillano d'argento

Da una quiete preziosa
Lontano dal traffico impazzito
Per tutto questo dono un segreto

Andare a dormire con le galline
Alzarsi con il canto del gallo
La testa libera dalla TV

Questa meravigliosa natura
Si ripete ogni mattina
Spettacolo offerto dall'alba.

"L'amante"
Il chiamo non senti
Il guardo non vedi
Il calpesto non protesti

Ma quanto amore per me
Tanto fertile per me
Tanto dura ma tenera per me

La fatica diventa serenità mentale
Il sudore diventa fonte di salute
Il riposo diventa gioia

La tua natura è tutta un profumo
La bellezza splende nella tua modestia
Le tue pretese sono poche

Il sole che ti scalda
La pioggia che ti bagna
E l'uomo che ti lavora

Tutto il mio amore
E' nella tua fedeltà
Cara amante terra

Poco prima di morire, così chiudeva la serie delle Sue poesie:
"Tramonto"
Si nasce dove la natura è tutto amore
Si vive senza rancore
Le Chiesette anche se distanti
i Fedeli sono sempre presenti
Si affronta la vita con sacrificio felici poi a godere il sacrificio
affrontare il mare la terra sassosa
con una stretta di denti per affrontare tutti i momenti
La barchetta è la seconda casetta
i bambini a terra traballanti
in barchetta spavaldi e saldi
I giovani sereni lontani dai veleni
i vecchi dalle rughe solcati
della natura innamorati
alla fine uniti nel camposanto
il sole tramonta
la luce continua
con ricordi che non tramontano mai
Il paese Neresine molto amato
dove sono nato.


Patrizia (figlia della Giordana Camali e del defunto Spiro Lucchi) si ispira agli haiku giapponesi i cui versi sono rigorosamente di 5; 7; 5 sillabe.

GENNAIO
solo il passo
di un gatto rompe
il silenzio

FEBBRAIO
squarcio di sole
la bora è tesa, è
ancor inverno

MARZO
brina e crocchi,
la terra riprende a
donare fiori

APRILE
tempo di pesca
il campanile segna
l'imboccatura

MAGGIO
nastri e rami,
una barca al centro
della piazza

GIUGNO
fiori nei campi
nell'aria fraganza di
spezie salmastre

LUGLIO
schiuma di mare
sul viso, vele tese
bora amica

AGOSTO
Boote con il
suo sciame disegna
la mezzanotte

SETTEMBRE
odor di malva
spruzzi di salsedine
notte uggiosa

OTTOBRE
rosa dei venti
granitica, vegli la
porta di casa

NOVEMBRE
bacche di mirto
aggrappate a rami
intirizziti

DICEMBRE
stelle e fichi
secchi, e prugne dolci
sul mio Natale


Rita muscardin. Figlia di mamma neresinotta (Maria Marchi) e di padre di Ustrine (Beniamino Muscardin) vive e lavora a Savona. Ha partecipato al Premio letterario "Loris Tanzella" e nella sezione "Poesia" si è classificata al secondo posto.

A MIO PADRE
Per sempre il tuo sorriso rivedrò
nel cielo azzurro dei giorni vestiti di sole,
quando la bora gonfia il mare
e bianche onde di schiuma
fuggono oltre la soglia di sconosciuti orizzonti.
Ascolterò ancora la tua voce nel respiro del vento
e cercherò nella brezza leggera della sera
la tua carezza delicata come seta.
Una barca scivola silenziosa sull’acqua
lungo rotta tracciata sulle carte ingiallite dal tempo
mentre si alza la foschia e copre con un velo sottile la costa.
Si infrange sulla riva ormai deserta
l’ultimo sogno di sfiorita giovinezza
quando ancora non ti era svelato
il doloroso cammino dell’esilio
e tu vivevi l’innocente euforia di una fuggevole illusione.
Lontano dalla tua patria
non portavi sul volto i segni del lacerante distacco,
ma una struggente nostalgia scoprivo nelle tue parole
ogni volta che per il rimpianto
vibrava la corda segreta del tuo cuore.
Sei rimasto aggrappato alle nude rocce della tua terra,

sospeso come vento sulle onde di quel mare di zaffiro e d’argento
e come uccello migratore
attendevi propizia stagione per farvi ritorno.
Adesso i gabbiani in volo verso luoghi d’Infinito
ti porteranno il mio saluto
mentre seduta all’ombra della luna
scruterò tra le fessure di un cielo remoto
per trovare ancora tracce di te.
Tu vivi, lo sento,
la tua anima riposa nella dimora dell’Eterno
ed attendi sulla soglia come un tempo
il nostro incontro.

AI MIEI CARI
Vi sento ancora nel respiro del vento
che accarezza i cipressi
custodi del silenzio nel piccolo cimitero
sospeso sul mare:
pare una barca carica di anime
che sospinta da una brezza leggera
veleggia verso l’Eternità.
Vi penso uno ad uno nella grazia perfetta
rivestiti di luce e trasfigurati d’amore,
ma invano i miei occhi scrutano
nelle nebbie di un vivere incerto,
sono ancora di polvere e terra
in ginocchio davanti alla mia croce
di legno ruvido e grezzo.
Batte il cuore assetato d’Immenso
nell’ attesa di ritrovarvi in un abbraccio
mentre il cielo sbriciola frammenti di luna e di stelle
per illuminare il buio di questa notte infinita.

AL MIO MARE (il mare del Quarnero)
Mare dai riflessi di zaffiro e smeraldo
e bianco come purissimo diamante
quando il vento fa increspare le onde
che si rincorrono esauste
fino a svanire oltre l’orizzonte.
Nel tuo grembo va a dormire il sole
cullato dal silenzio nelle tue segrete dimore
mentre lenta scivola l’ombra della luna:
sorge dalla montagna profumata di ulivi e lavanda
e si leva alta nel cielo
per risplendere come perla bianca e pura,
gioiello incastonato in prezioso diadema.
Dormono le barche dei pescatori nel piccolo porto
ai piedi dell’antico convento in pietra,
come nebbia sottile un velo di silenzio copre ogni cosa,
tutto tace mentre ascolto la tua voce
e l’anima esausta un poco riposa.
Mi parli nella quiete perfetta di questa sera sospesa
fra i palpiti impazziti del cuore ed un dolore antico
che invade ogni fessura, ogni spazio, ogni ansa del mio essere.
Dimmi in quale angolo di sconosciuto universo
o forse nelle tue profondità inviolate,
vivono di nuova ed eterna luce le anime pure
che nel mio tempo perfetto mi nutrivano d’amore?
Quale mistero nascondi
oltre il confine dei tuoi sperduti orizzonti
dove le onde sembrano accarezzare il Cielo?
Ascolto la tua voce profonda che mi parla dal silenzio
e nelle tue acque d’argento vedo ancora riflessi i loro volti
e solo così vivo
sospesa in quell’attimo d’Eterno
dove ci ritroveremo.

ANCORA VORREI
Vorrei ascoltare il rumore del mare
che accarezza le rocce aspre della mia terra
e nascondere nel vento il mio grido di dolore.
Vorrei salutare le ultime stelle accese
in un cielo ancora smarrito d’azzurro
e sorprendere il primo raggio di sole
all’alba di un giorno sconosciuto.
Vorrei accarezzare le onde mentre danzano leggere
come farfalle con ali di seta.
Vorrei essere conchiglia per riposare cullata dal silenzio
su morbidi giacigli di sabbia.
Vorrei abitare nel vento e nella pioggia
per abbracciare gli alberi profumati di mare
e scivolare via su foglie colorate d’autunno.
Vorrei rivedere ancora i volti cari,
ma solo ombre rimangono del loro passaggio,
ombre che invano tento di raggiungere e fermare,
non posso trattenere l’Eternità.
Eppure ancora li sento, per un istante terra e cielo
si incontrano in una preghiera.
Vorrei fosse per sempre ….

DICHIARAZIONE ALLA MIA TERRA
Rocce aspre vestite d’argento
nell’abbraccio degli antichi ulivi,
soffia il vento su questa terra arida e spoglia
dal viso duro solcato da rughe profonde
dove acque nascoste scivolano veloci
come lacrime nel silenzio.
Terra selvaggia e ruvida,
scontrosa come la gente di mare
e sfuggente come una donna,
ma ogni tuo sasso che disegna infiniti cerchi
nelle acque di cristallo
ed ogni granello di sabbia che il vento
sparge sui tuoi lidi dorati,
è caro al cuore che vive del tuo respiro
e sussulta ad ogni tuo sguardo, anche distratto.
Il tuo mare immenso d’azzurro
indossa preziosi gioielli,
isole che fioriscono sulla distesa di acque incontaminate
come brillanti accesi di stelle e di sole.
Il canto degli usignoli è musica che accarezza il cielo
nelle notti limpide
quando lo sguardo si perde oltre l’orizzonte
a cercare briciole d’Immenso.
E tu sorridi dolce e ribelle
dietro al velo dei tuoi nascosti silenzi
o mia terra
e l’animo esausto sfiora il mistero
custodito nel tuo grembo.

ESODO
Lunga notte d’inverno
avvolge nel suo scuro mantello
il paese assopito nella foschia che si leva dal mare
e lentamente copre le case di pietra,
il vecchio convento sul mandracchio
e le strade di ghiaia e polvere.
Nuvole di fumo escono dai camini ancora accesi
e veloci salgono verso il cielo
come i sospiri di chi non trova pace
in questa sera di veglia.
Il vento sibila fra le fessure
e porta via il lamento
delle madri sull’uscio
raggomitolate nel dolore di un addio
quando il passato è un rimpianto
soffocato in un fazzoletto di lacrime
ed il presente porge ai vinti
l’amaro calice dell’esilio.
Rintocca lento l’ora il vecchio campanile
come musica mesta e solenne per l’ultimo saluto
mentre lungo la costa frastagliata,
al riparo nell’oscurità,
un caiccio attende di prendere il largo
sotto un cielo avaro di stelle e di sogni.
I remi di legno ruvido e grezzo
affondano nell’acqua come lama affilata su carne viva,
lontana ormai è la riva,
le ultime luci scompaiono inghiottite nel buio
mentre un grido di dolore si perde nel vuoto terribile del silenzio.
Urla questa terra ferita
per i figli strappati al suo seno generoso
e gettati come polvere nel vento,
il sale brucia dentro le piaghe aperte,
ma non conosce conforto il lungo calvario dell’esule.
Estraneo nella patria che lo ignora,
sembra un albero con le chiome ombrose sferzate dal vento
e senza più radici.
Ma indomito, come la bora
che gonfia le vele e strappa gli ormeggi,
ancora lo spirito anela un giorno a contemplare
un tramonto sul mare d’argento
e riposare all’ombra degli antichi cipressi.

IL VENTO DEL QUARNERO
Soffia la bora fra i rami degli antichi ulivi
come un tempo fra gli alberi dei gloriosi velieri
che solcavano i mari con le vele gonfie.
Parevano ali di angeli
in volo perfetto su distese d’Immenso
come gabbiani incontro all’ultimo raggio di sole.
Regione selvaggia ed aspra bagnata di sangue e lacrime,
dove si levano grida prigioniere di silenzi mai violati
nel ventre vuoto e freddo della madre terra.
Soffia ancora il vento del Quarnero
e porta fra le nuvole il canto dei marinai
come una preghiera a cercare il Cielo.
Le tende alle finestre ricamate da mani pazienti
ondeggiano come vele nel porto
mentre la bora cattura nell’aria di sale
profumo di pino e di lavanda.
Onde di schiuma bianca si rincorrono
fino a svanire nel rosso del tramonto,
lentamente avanza la notte avvolta nel suo manto d’argento e di stelle,
ma ancora soffia il vento del Quarnero
a sfidare il silenzio dell’oblio.
Anch’io vorrei essere vento sulle onde di quel mare ….

LA MEMORIA DEL MARE
Dal mare si levano
i canti dell’esilio,
melodie struggenti
di anime precipitate
negli abissi del silenzio
e condannate all’oblio
in sepolcri dimenticati,
dove nessuna mano pietosa
deporrà mai
corone di fiori e lacrime.

Solo bianca schiuma di onde,
in corsa verso infiniti tramonti,
accarezzerà gli antichi sacelli
mentre cielo e mare,
in ancestrale abbraccio,
costruiranno il tempio
dove conservare rinnegate memorie.

LA MIA TERRA
Profumo di timo e di lavanda si spande
per la campagna brulla, arsa dal sole d’agosto.
Antichi ulivi aggrappati alla nuda terra
rivolgono al cielo i rami sferzati dal vento,
paiono braccia levate in silenziosa prece
mentre docile gregge pascola all’ombra di secolari arbusti.
Una strada sottile corre lungo coste frastagliate
di rocce levigate, scavate da acque impetuose,
piccole insenature in cui si addormenta il mare
risplendono di verde e d’azzurro
come gemme preziose di tesori nascosti in vecchi forzieri.
Onde bianche di schiuma danzano al suono del vento
come gabbiani in volo incontro all’ultimo raggio di sole,
una vela colorata scivola verso l’orizzonte
fino a svanire nel rosso infuocato del tramonto
mentre il cielo si accende delle prime stelle.
Si specchia nelle acque quiete del porticciolo
il campanile dell’antico convento,
sospeso nell’abbraccio di terra e mare,
a scandire il tempo di ogni incontro in questo breve passaggio.
Seduta sulla spiaggia dei miei ricordi
chiudo gli occhi per vedere ancora chi non cammina più
su strade bagnate di sudore e lacrime,
ma vive rivestito di luce oltre la soglia di infiniti orizzonti.
Nel silenzio complice della notte giunge l’eco di quelle voci lontane,
un suono dolce come canti di celesti armonie
scritte sui pentagrammi dell’anima.
Una brezza leggera sfiora il mio viso
e rammenta tenere carezze di un tempo passato
oggi custodito come devota memoria di un mondo perfetto.
La luna con il suo manto d’argento passeggia lungo i sentieri del cielo
mentre raccolgo briciole di stelle per accendere il buio
delle mie ignorate solitudini.

LE MIE ISOLE E LA CASA DAI MURI DI PIETRA.
In un cielo smarrito d’azzurro e di sole
gabbiani con ali d’argento sfiorano le onde
mentre la bora fredda
soffia fra le case dai muri di pietra.
Anch’io vorrei danzare fra le nuvole,
rincorrere il vento
e scivolare leggera su acque limpide
come vela che attraversa il mare
per svanire oltre l’orizzonte.
Ma non ho ali per spiccare il volo,
solo un cuore impazzito d’amore
per questa terra dai mille colori e profumi
stretta nell’abbraccio fra cielo ed acqua.
Misteriose isole dalle coste frastagliate
consumate da violente mareggiate,
narra antica leggenda,
smarrita nel labirinto del tempo,
del giovane Apsirto ucciso da mano sciagurata
e del suo corpo smembrato e gettato nel mare:
isole nate da lacrime e sangue,
ancora il mormorio delle onde
raccoglie il lamento delle anime abbandonate
nel silenzio di inviolati abissi.
Scende la notte,
nel cielo nuvole gonfie di pioggia
rincorrono l’ombra pallida della luna
e la bora gelida
penetra fra le fessure dei vecchi scuri di legno.
Nella casa dai muri di pietra
un tempo ascoltavo il rumore del vento
che passava fra i rami spogli del mandorlo
mentre il fumo usciva lentamente dal camino
sul tetto di tegole rosse e portava verso il Cielo
le preghiere recitate attorno al fuoco
con gli occhi lucidi per la fuliggine e l’emozione.
Ora il silenzio abita le stanze vuote e fredde
un tempo nidi intrecciati d’amore e di speranze,
un albero secco senza più linfa
riflette la sua ombra esile sui muri che custodiscono
devota memoria di giorni felici rapiti dal vento.
Cammino fra le rovine del mio cuore ferito
in punta di piedi a cercare tracce di lontani passaggi
mentre il vecchio campanile immobile sul mare di cristallo
rintocca l’Eternità che scivola via come sabbia fra le dita.

RICORDI DI UN TEMPO PERFETTO
Docile gregge pascola vicino al mare
all’ombra di antichi ulivi
mentre nell’aria si spande
il profumo intenso di lavanda e di pino.
Le masiere di pietra si incrociano
sulla terra aspra e lungo i fianchi delle colline
a picco su scogliere di roccia e sale.
Il vento fa oscillare gli alberi delle barche
a riposo nel porto
ed i gabbiani con ali d’argento
si rincorrono sotto l’azzurro brillante del cielo.
Sulla coperta delle antiche passere
stanno le reti dei pescatori avvolte in teli di iuta
mentre una donna seduta di fronte al mare
rammenda e cuce.
Una bimba dai capelli d’oro
corre sulla spiaggia di sabbia e conchiglie,
veloce come il vento che insegue le onde
fino all’orizzonte.
Colori e profumi custoditi all’ombra di un ricordo
sospeso fra la memoria di un tempo fuggito
e la nostalgia di un sogno appena accarezzato
prima del risveglio.
Le greggi, le masiere di pietra,
la donna che rammenda e la bimba dai capelli di sole
sono ancora lì, immobili
davanti alla finestra spalancata
sul silenzio di tutte le verità negate.
Ma di quanto sangue e di quante lacrime
è fradicia questa terra contesa
immolata sull’altare dei vinti?
Verso un cielo ferito
si levano i canti dell’esilio,
una sola voce per gridare nel vuoto del silenzio
il dolore che nessuno vuole ascoltare
in un mondo dove pietà non conosce più dimora.

SUL MARE ALL’OMBRA DEI CIPRESSI
Piccolo cimitero custode di antichi affetti
sottratti all’oblio del tempo
e consegnati a perenne memoria.
Ti affacci sul mare azzurro e profondo
a contemplare il mistero
che si svela oltre l’orizzonte della vita.
Quante anime riposano all’ombra dei cipressi
accarezzati da una brezza leggera,
nel tuo silenzio contemplano l’Eterno
mentre sui loro sepolcri di sabbia
mani pietose intrecciano corone di fiori e lacrime.
E’ sera ormai,
la campana dell’antico convento suona l’Ave Maria
e un saluto ed una preghiera si levano verso il Cielo.
All’ombra di una pallida luna
ascolto il rumore del mare come l’eco di voci lontane:
il mio grido di dolore si perde nel vento,
ma non è un addio, lo sento,
l’amore mi condurrà oltre le nebbie di questa vita
nella luce di un giorno senza più tramonti.

TEMPO DI NATALE
Ricordo quand’ero bambina
un Natale speciale lontano dai rumori di città,
laggiù nel paese dove l’aria frizzante
colorava di rubino le pallide gote.
Dopo lungo viaggio il cuore si apriva
quando, come per incanto,
appariva il campanile sospeso su acque di cristallo e d’argento
mentre ai suoi piedi riposava nel silenzio il piccolo cimitero.
Nella vecchia casa di pietra qualcuno attendeva trepidante
sgranando la corona del rosario.
Mi è rimasto dentro il profumo speciale
che respiravo in quel nido accogliente preparato con devozione:
la fragranza delicata del bianco immacolato
delle tende ricamate appese alle finestre,
i muri verniciati di fresco da mani generose,
l’odore del pane appena cotto nel forno
e le frittelle con l’uva passa e le mandorle glassate
custodite come un tesoro nella credenza di legno.
Si stava seduti attorno al fuoco acceso nello spàher
mentre il vecchio camino nero di fuliggine
catturava la voce del vento che sibilava misteriosa
fra i tetti delle case dai ballatoi in pietra
ed i rami spogli degli alberi.
Nel cielo limpido brillavano infinite stelle,
non ne ho mai più viste così belle,
parevano occhi accesi d’Immenso spalancati sul buio della notte.
I presepi profumavano di muschio raccolto nei boschi
e le case d’incenso come le navate di antiche chiese
mentre i bimbi di porta in porta
andavano ad agnoleti ed intonavano festoso canto:
“ agnoleti a uno a uno, la Madona de San Bruno,
agnoleti a dò a dò la Madona de San Nicolò …
Amate la canzone? … Tanti ciodi gavè sulla porta
tanti angeli che ve porta …”
Dio, sussulta il cuore mentre accarezza così dolce ricordo
scivolato via nel silenzio di una notte ormai smarrita nel vento,
come foglie colorate d’autunno sospese
all’ombra dell’ultimo tramonto.
Nella sera ancora le onde
raccolgono e posano sulla riva la voce della mia terra
ed una sottile nostalgia di passate felicità
fa vibrare le corde dell’animo.

VOGLIO VIVERE DOVE ABITA IL MARE
Voglio vivere dove abita il mare,
laggiù nel Quarnero
dove soffia impetuosa la bora
ed i gabbiani danzano
sospesi fra l’azzurro del cielo e le onde in perpetua corsa,
dove l’aria profuma di alloro e di timo
e nel silenzio delle notti infiammate di stelle
l’anima ascolta il respiro del vento.
Voglio vivere dove il mare si veste di sole e di luna
e la sua voce è musica che fa vibrare le corde del cuore,
dove acque di cristallo scorrono libere senza argini
verso il rosso acceso di infiniti tramonti,
dove il canto dei delfini
custodisce la memoria del mare
ed il vento porta ancora il grido disperato di questa terra.
Adesso il mare si veste di pioggia
e le mie lacrime si confondono fra acqua e sale,
una preghiera silenziosa si leva a cercare il Cielo
mentre il pensiero accarezza il ricordo di quei luoghi
che abitano da sempre negli spazi infiniti del cuore.

A MIO PADRE
Freddo mattino d’autunno,
nel cielo colorato d’azzurro
i gabbiani con volo perfetto
sembrano angeli che danzano con ali d’immenso.
Nel mare le onde si rincorrono esauste,
fino all’ultimo respiro,
fino ad infrangersi su aspre scogliere
mentre una barca attraversa la soglia dell’orizzonte,
un vecchio pescatore si appoggia su remi di legno ruvido e grezzo
come le sue mani stanche e scarne
ed attende che il Cielo raccolga la sua anima.
Sei tu padre
in navigazione verso lidi sconosciuti
al tramonto del tuo ultimo giorno,
hai preso il largo da questa vita
di lacrime, di affanni e di solitudini ignorate.
Seduta sulla spiaggia dei nostri ricordi
chiudo gli occhi per vederti ancora,
per ascoltare ancora la tua voce,
per ritrovarti nel calore di un abbraccio.
Ma non posso aprire quella porta
che spalanca gli orizzonti infiniti
dove tu ora vivi sfolgorante di luce.
Grido il mio dolore,
ma solo il silenzio risponde

mentre tra le fessure di un cielo remoto
cerco tracce di te.
Dove sei padre,
su quale stella di sconosciuto universo
brilla di nuova luce
la tua anima rivestita di Eterno?
Improvviso un soffio di vento,
leggero come carezza di seta,
sfiora il mio viso,
sei tu padre, lo sento
e solo così vivo, dove ci ritroveremo.



Giovanni (Nino) Galvani (ex Glavan), era un marinaio di Neresine, cresciuto nella casa natia alle pendici del monte Ossero (Sottomonte), da cui si ammira uno dei più belli e suggestivi spettacoli che la natura possa offrire. Le incantate sere e notti primaverili, attraversate dallo struggente canto degli usignoli, illuminate da un cielo tempestato di stelle e dalle tenui luci del paese sottostante, devono aver lasciato un segno profondo nella sua natura sensibile. Il Nino Galvani non era un uomo di alta cultura, aveva frequentato solo le scuole elementari del paese, poi, reduce della seconda guerra mondiale, a cui aveva partecipato come marinaio della Marina Militare, vista la grave situazione al paese natio, scelse di rimanere in Italia sistemandosi definitivamente a Genova, dove si sposò con una genovese e formò la sua famiglia. Come tanti nostri compaesani, ha navigato tutta la vita nelle grandi navi di linea come frigorista, pur continuando a leggere e studiare, costruendosi da autodidatta un buon bagaglio culturale; purtroppo non ha potuto godere della meritata pensione, perché morì poco dopo aver raggiunto tale traguardo. Era anche un uomo molto gradevole e di bell’aspetto; per quanto la sua sensibilità l’abbia fatto caratterizzare per i modi gentili e la “finezza” di comportamento, per noi tutti che l’abbiamo conosciuto, è stata una bella e gradita sorpresa trovare le sue poesie. (Nota di Nino Bracco).

I SASSI DEL MIO PAESE

I sassi jera i mii sassi, sognavo e tal
volta dispettavo(1), ma jera i mii sassi.
Le stradette storte e in su, ma tutte
de sassi, i sassi del mio paese.

Il mar, jera il mio mar,
el jera così amico, così bon e generoso,
el jera el mio mar.

Le barche(2), i cuori trepidanti,
le attese e le rinunce, nel ben
e nel mal, jera le barche del mio paese.

Notti limpide e serene,
lampare che se speciava in mar,
attenti e validi pescatori sperando
nel suo mar.

L’estate calda, notti de stelle
più belle del mondo, jera le stelle
del mio paese.

L’Ave Maria, jera l’amicizia
e saludo per tutti,
il pensiero lontan
jera l’Ave Maria del mio paese. (3)

Nino Galvani 1980

Note:
1) Il fare dispetti dei ragazzi
2) Per barche vanno intesi i motovelieri tradizionali di Neresine
3) Si riferisce al quotidiano suono delle campane "dei Frati" per l'annuncio tradizionale "dell'Ave Maria" al primo mattino, mezzigiorno e sera, ora purtroppo anche questa bella tradizione è andata in disuso.


Maria Zanelli: Sono partita da Neresine nel Dicembre del 1953 insieme alla mamma e le mie due sorelle destinazione campo profughi nelle lontane e sconosciute Marche senza sapere quando avremmo rivisto mio padre che era scappato due anni prima e dopo essere andato in prigione perchè accusato di comunismo aveva trovato lavoro nelle petroliere. L'infanzia finì presto e dopo due anni mia madre Nina Zorich cominciò a far tutto quello che poteva per riunire la famiglia. Passò un altro anno e finalmente ci ritrovammo e uscimmo dal campo.

ISOLA

Galleggi ancora all'orizzonte

isola, isoletta
isola barca
isola vento

Frinire insistente
di cicale roventi

Case invase da farfalle
case mute vuote grigie
fiori appassiti
dentro latte e mastelli
arrugginiti

Profumo di ginestra
mirto e biondo elicriso

Non torna più il tempo
della breve infanzia
lasciate che tutto s'acquieti

Maria Zanelli, 2014

Accogli Signore
tutto il dolore del mondo
trasformalo in speranza
asciuga le lacrime del pianeta
e delle sue creature
innocenti

Fa splendere
un arcobaleno perenne
fa che i suoi colori
vivificano i cuori erranti
in cerca di pace

Maria Zanelli, 2014



Flavio ASTA
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